Emily Dickinson – parte II

Nel primo articolo dedicato alla scrittrice americana e dal titolo Emily Dickinson come esempio di “grandezza” non del tutto capita ho accennato al contesto sociale nel quale la stessa viveva, alla formazione del suo nucleo familiare e alla sua modalità di scrittura atipica. Emily scriveva ovunque e comunque.

A questo punto non ci resta che provare ad entrare maggiormente in sinergia con la stessa scrittrice e con le personalità che la stessa ha incontrato e che ne aiuteranno la creatività.

Emily Dickinson e la sua irrequietezza adolescenziale

Sin da piccola Emily sviluppa una sorta di insoddisfazione che la porterà, via via, a gettarsi a capofitto nella lettura per sopperire a quella frustrazione prodotta, soprattutto, dall’asfissiante figura materna sempre pronta ad inculcare a lei e alla sorella Lavinia ogni genere di precetto in conformità con il modello di True Woman precedente descritto.

Emily inizia a leggere, come primo testo, la Bibbia che la piccola giovane poetessa inizia ad interiorizzare sempre più e con il quale inizia a riflettere più possibile sul senso ultimo delle parole che vi legge. Ragiona su Dio, sull’uomo e si pone il primo dubbio quando ascolta un sermone nel quale si parla del peccato originale. In quel sermone Emily apprende del peccato di Adamo e di Eva, della mela e della miseria umana che, da allora, è costretta ad espiare le proprie colpe fino alla assoluzione finale solo al cospetto di Dio.

Emily è una giovane nata in un contesto sociale fortemente turbato e condizionato dal peso di Dio e del peccato ma ciò che la giovane Emily non riesce ad accettare è la condanna a prescindere inferta anche ai bambini morti subito dopo la nascita e non battezzati. Questo potrebbe sembrarci esagerato e macabro ma all’epoca erano molto frequenti i decessi degli infanti e non tutti avevano la possibilità di poter far battezzare il proprio bambino prima di morire; per il credo del tempo quei bambini non avrebbero mai potuto godere della gioia di Dio e quindi costretti alla dannazione eterna. Emily ci rimugina ed arriverà a criticare apertamente questa idea durante una lezione al College Femminile Mount Holyoke (una delle poche strutture che accettavano le donne) dal quale si ritira presto, sia per sopraggiunti problemi familiari e sia perché riteneva che lo studio per le donne fosse insoddisfacente quindi preferì continuare a studiare da sola.

 Emily e le sue letture

White orchid flowers with dew drops

Dopo la Bibbia, Emily continua a leggere, e legge molto, appassionandosi soprattutto ai romanzi gotici ma il vero grande autore a cambiarla profondamente fu Emerson. Proprio l’idea emersoniana di un uomo che ha dentro di sé la scintilla divina scardina tutto l’apparato puritano permettendo, potenzialmente, a qualsiasi uomo di potersi interfacciare e pregare direttamente a Dio, svincolandosi dalla figura del predicatore. Immaginiamo cosa possa poter significare per una donna come la Dickinson trovarsi innanzi un concetto di tale portata!

A partire da Emerson, Emily inizia a mettere in discussione tutto ciò che ha appreso dalla formazione fortemente indottrinata che ha respirato nella propria casa e qualcosa dentro di lei muta irreversibilmente. Pian piano inizia a formarsi quell’insieme di tratti peculiari che la caratterizzeranno come donna e come poetessa.

Comprenderà il suo ruolo nel mondo dopo l’incontro con Benjamin Franklin Netwon  che fu tra i primi a leggere alcune sue poesie e a riconoscerle una certa leggerezza e bellezza tale da alleggerire l’animo oppresso di chi legge. Grazie ad una serie di scambi epistolari tra i due Emily inizia a scrivere per rendere la vita degli altri meno triste.

Emily Dickinson nella fase finale

La sua ultima fase di vita fu vissuta all’insegna della natura e della scrittura di poesie. Senza mai lasciare la sua casa – ormai una vera e propria dimensione ultima della propria esperienza terrena – la Dickinson si veste di bianco, coltiva orchidee (fu lei a farsele importare in America, per prima, dall’Oriente) e scrivere e ancora scrivere.

Aveva scelto il bianco per simboleggiare di indossare la sintesi di tutti i colori dello spettro cromatico, ovvero di voler indossare la vita stessa nella sua interezza, complessità e dalle sue mille facce. Le stesse facce che aveva dipinto nella sua poesia. Senza alcuna forma di discriminazione.

Un po’ come Pascoli, Emily Dickinson scriveva di natura in modo alquanto preciso trattando di una specie o di un’altra mai in modo generico ma in modo preciso e rigorosamente scientifico. Ne fu un esempio la poesia numero 365 dedicata al boboli che altro non era che una specie di uccello, molto piccolo che non viene mai apertamente nominato e che era tipico del Massachusetts.

In un’altra poesia, Emily descrive la costrizione della bambina sin dalla nascita spiegando che i vestitini che erano scelti per le bambine non erano adatti alle dinamiche di gioco e che, quindi già da piccolissimi, si ricreava quell’inadeguatezza che ne avrebbe caratterizzato le vite. I bambini avevano i pantaloncini ed era perciò inconsciamente concesso loro di correre e sporcarsi – anche se non era considerato signorile farlo – ma i vestitini candidi delle bambine era un deterrente naturale. Emily paragona questa costrizione all’uccellino strappato alla natura per rinchiuderlo in una gabbia, che si può costruire anche grande e preziosa ma si tratterrà sempre di una gabbia.

In conclusione …

Emily Dickinson fu una mente complessa. Etichettata suo malgrado e nonostante abbia fatto di tutto, in vita, per non essere classificata se non come “semplice creatura di Dio”. Ultimamente viene citata spesso per via dei richiami di alcune sue poesie alla moglie del fratello, Susan, per la quale si alluderebbe ad un amore saffico. Poco importa se la Dickinson fosse o meno attratta dalle donne, non lo dice esplicitamente e si dovrebbe rispettare il volere intimo di una poetessa che ci ha donato quasi tutta la propria anima attraverso le sue poesie. Ricordiamola, piuttosto, per essersi opposta alle logiche del patriarcato (certo a modo suo e in relazione ai propri tempi), o anche per le odi verso i buoni sentimenti, e per i suoi dubbi verso la violenza e la morte (innaturali se prodotte per arbitrio umano e non per volere della natura e di Dio)…

Ricordiamola ora più che mai perché Emily Dickinson fu davvero una figura femminile estremamente importante e significativa per tutto ciò che, con grazia e con abili silenzi, seppe raccontare e lasciare all’immortalità della storia.

Ludovica Cassano

 

 

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