The Beekeeper: Adam Clay a caccia di calabroni

David Ayer e Kurt Wimmer sprecano un’occasione

Proteggere l’alveare.

Incipit di nome e di fatto.

Metaforica litania che scandisca tutto il film.

Nell’ottica di Adam sono tutti un po’ calabroni.

Come tali, vanno rimossi.

Ogni elemento che disturbi un sistema, il sistema, merita di essere espunto dallo stesso.

Lo status quo deve essere mantenuto o ripristinato.

Stringente è la logica alla base delle azioni di Adam e dei Beekeeper.

Forse Mr. Clay materializza e concretizza in maniera definitiva una retorica imposta e, non è dato sapere come, indotta in modo ridondante.

Replica con pervicacia ogni proponimento che sia figlio di una morale assunta come universale.

A volte univoca.

A volte fallace.

Comunque giusta.

Tema principale della pellicola sembra essere proprio il giusto ontologico, la giustizia propriamente detta.

Una giustizia etica che oltrepassi il diritto, il relativismo, la strategia.

Viviamo in un’epoca dove concetti come bene e male siano molto modulati, utilizzati per creare dibattiti sul nulla un tanto al chilo dove l’obiettivo sia riempire tempo e spazio secondo la moda del momento.

Qui è presente solamente una serie di azioni elementari. A livello di reazione, non di messa in atto.

La narrativa messa in piedi da David Ayer è ruvida, crudele, intrisa di un cinismo che ha sempre orlato amaramente le sue opere precedenti. Harsh Times era un’ode alla follia, al disturbo post-traumatico, alle ambizioni infrante. End of Watch raccontava la durezza della vita di pattuglia tra razzismo e battaglie tra gang, oltre a dipingere una bellissima amicizia.

Perfino in Suicide Squad si assiste a un’enfasi di cinismo e comicità.

In The Beekeeper non esiste comicità.

È un regolamento di conti dall’alba al tramonto.

Non si pensi a questo film come un trattato di filosofia.

Sono 105 minuti riempiti di azione, combattimenti, effluvi di machismo scene improbabili.

Quell’improbabile gradevole, cui siamo abituati con Jason Statham.

Alzi la mano chi non voglia vederlo sfoggiare la sua disciplina marziale, specie se c’è da riparare un torto, e che torto!

Quell’espressione indurita, sempre tirata, rancorosa e quasi caricaturale lo ha reso quello che è.

Diversamente dagli anni 80 e 90, è lui il vero erede di Sly.

Impersona un antieroe differente dall’Italian Stallion, ma forse si prende anche meno sul serio, conscio di poter contare su una profondità diversa (né migliore né peggiore).

Ha dimostrato il suo valore in ruoli diversi con chi l’ha praticamente lanciato, Guy Ritchie, ora è il caso di sfruttare il momento, seguire la corrente.

The Beekeeper è qualcosa di diverso dal solito cinema di Ayer. Forse più scontato ma con più azione, focalizzato strenuamente sull’obiettivo.

Non particolarmente apprezzabile la fase introduttiva, ma gli amanti di api e insetti avranno di che eccepire.

Non colpiscono neanche troppo i dialoghi, probabilmente meno incisivi di John Wick, emblema dell’azione continua, dove il tempo del racconto oltrepassi e doppi quello della storia.

Qui la situazione è la medesima e, tutto sommato, pare una scelta sensata.

Ayer si riscopre debitore del cinema orientale degli ultimi 60 anni, in cui l’uno contro tutti riscuote consensi e ragionevolezza.

L’alveare sarà sicuramente protetto.

La riuscita di un film con un cast semi-corale appare interlocutoria.

Promosso sicuramente il buon Jason.

Trovare il totem Jeremy Irons in un ruolo di macchietta, onestamente, risulta imbarazzante.

Il resto è contorno, a parte la profondità di una drammaticamente ottima Phylicia Rashād.

Caro David, è comprensibile aver modulato con tanta azione un soggetto discutibile di Kurt (Wimmer), ma il giustiziere moralista arrabbiato con il mondo, per quanto affascinante, si perde un po’ tra la dolcezza degli ideali che rappresenta e quella del suo miele.

Caro Kurt, da chi ha creato un capolavoro come Equilibrium, ci si aspetta sempre qualcosa in più.

 

Lorenzo Cuzzani

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